martedì 3 novembre 2015

DONNE A TUTTO TONDO: Marina Menghi da Skipper a maestra d'asilo, attrice e mamma (conversazione a cura di Silvana Copperi)

"La vela ed il mare mi hanno insegnato ad usare anche il corpo e non solo il cervello. Tutti i sensi e non soltanto gli occhi."
Conosco Marina Menghi perché ambedue abbiamo frequentato il laboratorio teatrale "Ildegard Von Bingen" diretto da carla D'Amato. Una sera ritrovateci a casa sua per un invito a cena, vengo a scoprire di questa sua passata attività. Incuriosita, mi mostro interessata e Marina con orgoglio mi fa vedere una rivista "BRAVA" del 1980 dove compare un articolo su di lei, in quanto all'epoca le donne Skipper in Italia erano una rarità. Così sempre sull'onda di quella curiosità e interesse ho pensato di proporre un'intervista da pubblicare sulla nostra rivista di quell'esperienza unica e irripetibile.
S.  Allora un bel giorno tu hai avuto questa bella idea di prendere il mare e siamo nel?
M. Diciamo che nel 76' pensai che mi piaceva l'idea di prendere la patente nautica per la barca a vela e allora avevo 23 anni.

S. E abitavi in un posto di mare?
M.  No abitavo a Torino. avevo degli amici che andavano in barca e pensai che poteva diventare un mio lavoro. Mi ero iscritta a medicina, ma non ho mai dato un esame, avevo capito subito che non mi interessava. Sono stata anche maestra d'asilo per due anni (lavoro che ho ripreso tutt'ora), ma ero mal pagata e decisi che quei pochi soldi potevo guadagnarmeli in altri modi.
S. Il fatto di essere donna?
M. E' stato lo sforzo più grosso. Per due o tre anni sono andata in barca facendo da secondo, "il marinaio". Mi dicevano: "vai che sei brava" ma io niente. Non tanto per lo sforzo fisico, anche se con le mie dimensioni facevo più fatica a manovrare. Era una questione psicologica. Non me la sentivo di prendermi la responsabilità di una barca.


S. Ma poi ci sei riuscita. Come hai fatto a superare l'ostacolo?
M. Cinque anni prima, assieme al mio compagno, avevo comperato una vecchia e affascinante barca a vela tutta di legno, la "CAMEHAMAH" e lì vivevamo e organizzavamo viaggi nel Tirreno, però finiva sempre che delegavo a lui certe manovre e tutte le decisioni, fino a quando, ad un certo punto, decisi di "fare" l'Atlantico. Attraversare l'oceano in quell'ambiente, era come un banco di prova, come un esame di maturità che qualifica professionalmente e apre prospettive di lavoro.  Questo è stato un viaggio tutto femminile e vale la pena di raccontarlo.
Insieme ad una mia  amica anche lei appassionata navigatrice lavoravamo al Salone della nautica di Genova e avevamo deciso di passare l'inverno a Londra per studiare l'inglese.   
Ma poi ci siamo rese conto che non valeva la pena in quanto a Londra l'inverno è molto freddo e l'inglese potevamo impararlo dovunque.
Così siamo partite per Gibilterra: pensavamo di offrirci come marinai sulle barche che si trasferivano alle Antille per fare "charter" durante l'inverno. Ma quando siamo arrivate le barche erano già partite. Di corsa andiamo alle Canarie, dove tutti fanno una sosta ma anche lì le più grosse erano già andate. 
Tra quelle rimaste riceviamo tre o quattro proposte poco convincenti, vuoi per la barca, vuoi per la gente che c'era sopra. Alla fine combiniamo con una barca francese, facciamo la spesa e partiamo.
La barca di soli dieci metri, ce la siamo gestita io e la mia amica per tutti i ventitré giorni di navigazione, perché il resto dell'equipaggio soffriva il mar di mare. 
Tornare indietro non si poteva per il vento contro e loro restarono in cuccetta per tutto il tempo. Noi due ci siamo date i turni. Leggevamo, scrivevamo, abbiamo fatto anche uno studio sui nostri sogni. Eravamo rilassate e sognavamo molto. A pensarci, forse, siamo partite un po' incoscienti ma la cosa certa è che non volevamo dimostrare niente a nessuno. Non ci interessava il gusto dell'impresa, avevamo solo voglia di stare in mezzo al mare e ci stavamo proprio bene. L'unico problema è che con il mare devi fare i conti. a se parti predisposta hai già risolto in partenza.

S. Sicuramente questo viaggio deve averti forgiata a dovere.
M. Si, la traversata dell'Atlantico mi ha dato sicurezza. Ho scoperto che posso cavarmela da sola usando anche il corpo e non solo il cervello. Tutti i sensi e non soltanto gli occhi. Il confronto con le leggi fisiche della natura mi ha liberata da una serie di paure.

S. Dopo questo viaggio che cosa è successo, qualcosa dev'essere cambiato nel modo di concepire il tuo lavoro.
M.Dopo aver lavorato nelle Antille per sei o sette mesi sui "charter" che trasportavano da un'isola all'altra, mi è venuto il desiderio di una barca nuova, più grande e attrezzata per allargare l'attività. Così ho telefonato ai miei amici in Italia i quali mi hanno risposto: "Vieni, ci stiamo pensando anche noi". Immediatamente sono ritornata a Napoli per realizzare questo progetto con i miei amici. Una barca a vela, naturalmente, in ferrocemento. Un Cutter Ketch di tredici metri con albero. Col motore non c'è rapporto diretto con l'acqua, il vento, i movimenti della luna e delle stelle.
Ritornata a Napoli, oltre alla ricerca dei materiali, degli attrezzi, e i turni alla libreria del mare da poco fondata a napoli e battezzata "Gulliver", per tre ore al giorno lavoravo manualmente, chiusa dentro un capannone e vivevo in una barca a Margellina.

S.Certo che ci vuole un certo coraggio, un bello spirito di avventura, energia e anche una certa libertà di spirito per buttarsi così a capofitto. E questo vale per chiunque, per quegli anni e non solo perché sei una donna.
Come ci sono arrivata non lo so bene neanche io. Mi piaceva andar per mare. Non sentirmi legata ad un posto. Avevo scoperto che la barca è un mezzo eccezionale per spostarsi, avere rapporti con la natura e anche con la gente. Ci sono amici dappertutto: nei porti e anche in navigazione. 
A Margellina c'erano anche altre barche abitate e non si viveva mica da barboni. la mia era una scelta, non una fuga. Bisognava organizzarsi per non morir di fame e di freddo. Poi bisogna dire che i movimenti politici e culturali di quegli anni ebbero il loro peso. 
La scuola negli anni caldi, il 68, la crisi, la voglia di restare comunque vivi, e stare in mare è stato un modo, personalissimo, lo ammetto, per riuscirci.

S. Il mare comunque e in tutte le sua accezioni. 
M. Si. Dopo questa avventura napoletana sono tornata ed ho fatto scuola di vela a Noli. 
E' stato molto carino perché c'erano i bambini ed i ragazzini. Stavano lì dieci giorni e il nostro compito era non solo di insegnare loro ad andare in barca, ma anche di vivere un'esperienza bella, a contatto con la natura.
L'esperienza più faticosa è stata "L'estate ragazzi". Sarà stato nell'85. 
I ragazzi venivano a gruppi di sei o sette per barca. Eravamo tre barche e solo uno di noi per ogni barca. Avevamo ragazzi tra i 17 e 23 anni. Quindi sia maggiorenni che minorenni e finché si era in mezzo al mare, anche se erano un po' svogliati e poco interessati ad imparare, comunque si stava bene. Poi tutte le sere si tornava al porto, non necessariamente sempre lo stesso.   Dopo cena si usciva e se eravamo in un posto sperduto al mando dopo circa mezz'oretta quelli tornavano alla base ma se eravamo allo stretto di Bonifacio, quindi in posti turistici, tornavano ubriachi e a volte dovevamo andare a cercarli in giro. Per i maggiorenni non c'era problema, ma per i minorenni la responsabilità era nostra. Per questo è stata un'esperienza molto faticosa.

S. Ad un certo punto c'è stata una svolta fondamentale. Vuoi parlarcene?
M. Intorno ai trent'anni ho smesso perché ho avuto paura di perdermi l'esperienza della maternità che consideravo una delle esperienze basilari attraverso la quale dovevo passare.
Allora nella mia mente era così. 
Poi quel tipo di vita era molto precario, si guadagnava solo d'estate e non a sufficienza per coprire i mesi invernali. Sicché sono tornata a Torino pensando: "Mi cerco un lavoro stabile, cerco un padre epr i miei figli e vado avanti. Così ho fatto.
Nel frattempo era successa un'esperienza tremenda. 
Un mio amico, che svolgeva anche lui questo lavoro, era su una barca di dodici metri insieme agli allievi nel golfo del
Sono stati recuperati da una nave che prima ha visto la barca vuota e l'ha presa a rimorchio  e poi ha lanciato l'allarme e li hanno trovati, ma il mio amico che aveva problemi di adattamento termico, anche se non era una cosa grave, in quella situazione non ha retto. E quella cosa lì per me è stata tremenda.
Quando i superstiti sono rientrati e sono venuto a Torino, avevano ancora tutti i segni. Erano stati parecchie ore in mare, ed il mare dove picchia cuoce la pelle. 
Erano venuti a casa mia a raccontarmelo e pr me è stato un fatto traumatico. Ora non sono neanche in grado di ripeterlo. Per loro è stata un'esperienza terribile e forse io mi sono immedesimata  in quella situazione.
A fine agosto sono andata a Rodi; dovevo prendere una barca per fare una crociera-scuola ma non sono riuscita a partire. Ho trovato un'altra persona che partisse al posto mio. 
Lì a Rodi c'erano degli amici che mi hanno ospitata sulla loro barca, ma quando arrivò il momento di partire stavo male, addirittura mi sono venute le coliche renali. Il mio corpo non ha accettato quell'esperienza vissuta indirettamente e da quel momento ho smesso definitivamente quel lavoro.
Sono andata ancora in barca con il mio compagno che era stato mio allievo. A lui piace molto e porta i ragazzi, mentre a me è passata completamente la voglia.

L'intervista finisce qui. Marina oggi è una donna a tutto tondo e quando al laboratorio teatrale lavoravamo lei usava il corpo. Il suo modo era aperto, il gesto ampio, cose se fosse stata ancora in mare a governare qualche barca e una luce dorata illuminava i suoi occhi e io avevo l'impressione guardandola che ci fosse ancora il mare dentro di lei a regalarle quella meravigliosa energia.

silvana copperi

L'intervista è stata pubblicata sulla rivista "CORRENTE ALTERNATA" Dell'Associazione Culturale Due Fiumi nel dicembre 2009


martedì 27 ottobre 2015

LUIGI TRIBAUDINO INTERVISTA AYAD ALABBAR

Caro Ayad, i nostri lettori ti conoscono ormai come poets ma sanno anche che sei pittore, scultore e scrittore oltre che docente all'Università e molti si domandano com'è che questa tua universalità ti ha portato a stabilirti a Torino. Perché proprio Torino?
Perchè sono a Torino? Ho girato non soltanto in Italia ma ho trovato che Torino è la città per me più adatta forse perché è un po' chiusa in sè stessa come la gente, e il sottoscritto ha lo stesso carattere, ha più o meno lo stesso modo di vivere perciò mi trovo bene qui. Nella mia vita mi sono innamorato di tre città: Venezia, Firenze e Parigi ma non ci abiterei mai.
Vi andrei magari per un paio di settimane, un mese al massimo, poi devo andarmene via se no le cose assumono un aspetto molto negativo e non mi esprimerebbero più la loro magnificenza. Per questo sono a Torino.
Mi sono trovato in questa città, meglio che in altre città italiane; poi ho avuto il mio lavoro all'università allora è stato questo il legame che mi ha fermato definitivamente.
Corrente Alternata si interessa di cultura in generale e in particolar di poesia, vuoi spiegare ai nostri lettori che è Ayad poeta?

Per cià che riguarda l'Ayad poeta è come parlare dell'Ayad scultore, pittore o dell'Ayad che non sa niente o sa qualcosa: è sempre lo stesso Ayad. Per me scrivere una poesia o per meglio dire inventare una poesia, è lo stesso che dipingere un quadro o scolpire una statua o cucinare un piatto buonissimo e delizioso. E' cioè arte. 
quando l'arte ha per suo oggetto - l'universale, i mezzi dell'espressione sono diversi ma il fine ultimo ultimo è lo stesso.
Sovente guardo un quadro e scrivo una poesia, sovente leggo una poesia mia o di un'altro e dipingo un quadro o ne faccio una statua. Poesia, statua, narrativa, libro, saggistica sono varie espressioni  di uno stesso concetto che io chiamo arte, o scienza o conoscenza, che deve avere come oggetto unicamente e necessariamente l'universale. L'Ayad poeta giovanissimo era un Ayad contentissimo di saper scrivere o inventare o comporre una poesia o tirare due segni o due disegni, ma ora man mano che andiamo avanti l'essere scontento è quasi sempre presente nella opera e in me stesso. 

Partendo da un presupposto (e non per essere presuntuoso) diciamo che nessuna opera d'arte è mai completa, quindi sono sempre alla ricerca della perfezione, forde perché sono troppo romantico.
Perfezionare un'opera d'arte vuol dire elaborarla continuamente, difatti per me ogni mio quadro è ancora da finire. Sono capace di prendere una poesia scritta all'età di quindici anni o sedici anni e completarla adesso, c'è sempre qualcosa da modificare. 
L'opera d'arte è un essere vivente, perciò muta nel tempo, cambia sia di sostanza che di aspetto.
L'unica differenza tra l'essere umano e l'essere arte è che l'essere arte è essere eterno e l'essere umano è mortale. 
Il problema da porre in questo caso è: come può l'essere mortale limitato e determinato creare qualcosa di immortale? La risposta unica che può esserci è che nella nostra mortalità c'è una parte immortale che noi di solito chiamiamo anima, o spirito, intelletto, o qualsiasi altra cosa. Ma è quella cosa lì che è immortale, è soltanto per mezzo di quella che noi possiamo creare opere immortali. Non siamo nient'altro che un ponte sul quale queste opere immortali camminano e attraversano da una sponda all'altra. Questo è molto importante.
La poesia araba ha una costruzione e una metrica del tutto diversa dalla nostra. Vuoi parlarcene?
Per ciò che riguarda la letteratura e in modo particolare la poesia araba è molto difficile parlarne in pochi minuti. La metrica araba è letteralmente musica e matematica, è stata scoperta molto tardi. nell'ottavo secolo dopo Cristo.
Un signore che si chiamava Al-halìl Ben Al-Faràhìdì aveva fatto una sua esperienza. era andato a raccogliere tutte le poesie scritte dall'età preistorica fino ai suoi tempi. Studiandole scoprì che queste poesie erano scritte su quindici tipi di metri e questi tutti formati da otto piedi. Dopo di che inventò un altro metro: il sedicesimo. Il problema è che gli arabi preislamici e anche quelli islamici fino ai quattro califfi ortodossi scrivevano la poesia, ma non sapevano che cosa era la metrica. In loro era innata la musicalità. 

Dopo aver studiato e classificato questi metri si è scoperto che erano tutti numeri, misure, calcoli, matematica e musica. 
Ecco che cos'è la metrica araba. Inoltre a differenza di quella latina e neolatina non è una metrica sillabale ma riguarda soltanto le lettere che si pronunciano perciò non si basano su endecasillabi o su lunghe e brevi. Ciascuna lettera consonante, è accompagnata con una vocale, questa vocale sia breve sia lunga dipende poi dalla formazione del fonema, o del nomena, se è di tre consonanti di seguito questa è una paletta leggera e separata, e via dicendo. Al-Halìl per ricordarsi di tutte queste denominazioni ha usato denominare le cose con dei nomi quotidiani, ad esempio il verso arabo si chiama bait cioè casa, la casa che cos'ha? Una facciata e una schiena, la prima parte del verso si chiama facciata e la seconda schiena.  Un fonema leggero si chiama paletta piccola, un fonema pesante paletta grande poi ciascun tipo di metro ha un suo nome, che lui ha chiamato mare; ciascun mare ha un suo nome: il mar lungo, il mar semplice, il mar della sabbia, il mar perfetto, il mar esteso, il mar tagliato  e  via dicendo.  

Questi sedici mari son formati da otto piedi e formano cinque cerchi che si possono usare in senso orario o antiorario per trasferirsi da un metro ad un'altro o magari a metà strada dal metro dal quale si è partiti all'altro. 
E' un mondo abbastanza complicato  complesso e difficile. 
Quando una persona ha una certa musicalità nell'orecchio e una certa abilità non necessariamente fortissima in matematica, riesce comunque a intendere e capire questo mondo che è praticamente musica.  Nient'altro. 
Cosa c'è da aggiungere sulla poesia araba se non che è come la poesia di qualsiasi altra nazione di questa terra. 
Quando questa poesia ha come oggetto qualcosa che non è determinata da tempo spazio e casualità allora questa poesia è eterna, e rimane sempre nuova e suscita nell'uomo in qualsiasi tempo lo stesso sentimento che ha suscitato magari tremila anni fa. 
Prendiamo ad esempio una tragedia di Sofocle e facciamola  recitare davanti a noi, sicuramente suscita in noi gli stessi sentimenti che ha suscitato più di duemila anni fa. 
Perciò questa poesia o questo prodotto artistico quando supera il tempo, quando non è candannata dal tempo rimane per sempre.


    
Per finire, nella tua attività di docente cosa pprovi quando insegni la tua lingua madre agli studenti torinesi?
Io sono innamorato della mia lingua, anzi esisto perché la lingua araba esiste, se no non ci sarei. 
Allora amo anche nello stesso tempo diffonderla e insegnarla. 
Quando qualche studente riesce ad andare fino in fondo e laurearsi con ottimi voti, acquisendo una buona conoscenza di questa lingua io sono felicissimo. 
Non sono altro che un messaggero, un elemento che trasporta da una parte all'altra una certa scienza e conoscenza.
Io ad esempio considero il mediterraneo una vasca da bagno, nonostante siamo vicinissimi l'uno all'altro siamo lontani l'uno dall'altro anni luce.
Mi sembra l'ora di aprire per conoscerci meglio, e poiché 
io ho i mezzi per farlo, l'attuo con tutta  la mia volontà.

Luigi Tribaudino



Questa intervista è stata pubblicata sulla rivista Corrente Alternata nel febbraio 19193

oasi: ospiti, un pomeriggio, di Ayad Alabbar


A pochi passi da un traffico intenso, ci troviamo in un gruppo di case, raccolte, quasi nascoste: protette dal silenzio.

E’ in una di queste case che siamo ospiti, un pomeriggio, di Ayad Al’Abbar.
Già subito in giardino ci accoglie un cavalletto con un’opera non ancora ultimata. Rappresenta l’universo; il blu, incredibilmente intenso è reso vivo da un mondo in movimento.

Entrando in casa un’oasi di frescura in un caldo pomeriggio d’estate. Una galleria di quadri tappezzano interamente le pareti. La complessità di ciò che rappresentano e il magnetismo che sprigionano rivelano una profonda spiritualità ed un grande intelletto oltre ad un altrettanto grande talento.

Il nostro ospite ci intrattiene parlandoci delle sue opere, di Salvador Daly suo maestro, dell’Accademia di Firenze, delle sue esperienze letterarie, culturali, di aneddoti di una vita avventurosa e affascinante, con fascinosa semplicità.

Ed è qui che abbiamo sempre di più la percezione dell’oasi, già percepita nella quiete del piccolo quartiere e poi confermata dalla sua ospitalità così signorile ed intimistica.

Un’oasi nell’oasi. “Non c’è via più sicura per evadere dal mondo che l’arte; ma non c’è legame più sicuro con esso che l’arte.”  (Ghoete)

Mi sorge spontanea una domanda “perché Torino?” (Ayad è iracheno di Mosul figlio di pascià) (oggi l’Iraq, Mosul, sono tristemente noti)  (ricordo molti anni or sono mi trovavo all’aeroporto di Ankara  in attesa del volo per l’Italia quando il tabellone ha annunciato un volo per Bagdad ed io con i miei compagni di viaggio idealmente abbiamo preso quell’aereo – Bagdad allora faceva sognare) La risposta è sorprendente e lui stesso ne è divertito. Ci dice che fra le molte città da lui conosciute nel mondo l’unica nella quale gli è possibile vivere è proprio Torino.
Questa città, così ai margini (soprattutto all’epoca l’articolo risale a marzo del 1994) dai grandi obiettivi nazionali. Noi torinesi ci sentiamo (ci sentivamo) defraudati di tutte le grandi iniziative nate qui a Torino e poi trasposte in città volutamente più prestigiose.

Questa città così metafisica, dal carattere così riservato, come la sua gente, si ritrova in sintonia con un uomo nato in Iraq, figlio antico della Mesopotamia che ha in comune con Torino, due fiumi: il Tigri e l’Eufrate in contrapposizione con il Po e la Dora!!!! Non so!!!!!

Tutto si potrebbe pensare tranne che un arabo si trovi  in sintonia con il carattere torinese!
Non soltanto, anche il nord più estremo esercita su di lui fascino ed emozioni, amplificando ulteriormente i già vasti orizzonti della sua cultura cosmopolita.
Ascoltando un brano di Sibelius, ci confida: “ho tratto ispirazione per una triade di quadri” di grande suggestione e bellezza.

Un uomo quindi dall’intelletto universale, anche se le sue radici sono profondamente radicate nella sua terra e nella sua cultura di origine.

E’ stato con piacevole mestizia che abbiamo salutato il nostro ospite, la sua casa, il suo mondo che un poco ci ha inquietato.
Soprattutto quando ci siamo ritrovati ribaltati nel quotidiano di sempre, in questa nostra vita che ci stritola con il suo inesorabile ingranaggio.

Mentre guidavo nel traffico sempre intenso, un po’ assorta, mi portavo via un pezzo di quell’oasi che rimarrà forse, un piccolo – grande punto di riferimento.

Questo articoletto apparso su Corrente Alternata la rivista dell’Associazione Culturale Due Fiumi nel ormai lontano 1994 – ho voluto qui riportarlo per ricordare un uomo speciale che ci ha lasciato prematuramente nell’agosto di due anni or sono e che aveva lasciato una traccia indelebile nel nostro cuore onorandoci con la sua sincera amicizia.

  

 

 

 

martedì 10 gennaio 2012

INTERVISTA A JACK HIRSCHMAN, "POETA LAUREATO", SAN FRANCISCO, 2007

conversazione a cura di Marino Tarizzo, con il contributo di Enrico Mario Lazzarin.
café di San Francisco - reading del poeta jack Hirschman
Jack Hirschman è nato a
New York City nel 1933 e dal 1973 vive a San Francisco. E' uno dei maggiori poeti americani e in più occasioni è sato ospite della nostra Associazione per serate di poesia. Ha pubblicato più di 130 libri, ha trodotto Pasolini, Scotellaro, Artaud, Mallarmé ecc. Nel 2006 la città di San Francisco gli ha attribuito il riconoscimento di "Poeta Laureato" e nello stesso anno è stato pubblicato dalla Multimedia Edizioni il libro "The Arcanes" contenente l'intero corpus degli "Arcani". Durante il suo più  recente viaggio in Italia ha cortesemente acconsentito di raccontarsi ai lettori di "Corrente Alternata".
Marino - Se una persona non conoscesse Jack Hirschman, Jack preferirebbe presentarsi come un poeta utopista, un poeta lottatore o un poeta a cui non basta l'incanto del disincanto?
Jack - Mi piace molto l'espressione l'incanto del disincanto. Perché mi piace? Perché in questa intervista si tratterà di molte contraddizioni. Io non sono un poeta utopista. Poiché, come ha detto Lenin, non esiste pura ideologia,non esiste purezza e basta, noi siamo persone. E io sono poeta che vive nella vita sociale. La mia poesia viene dall'energia dei più vulnerabili. Anche se io sono portato a cercare, creare parole, la mia fonte sono i più poveri. Questo, ad esempio, è uno dei motivi per cui mi piace molto la parola di Pasolini. Perché da giovane ha scritto in friulano, lingua povera. Ed io inneggio al dolore, al coraggio, all'innocenza dei poveri. Cosa che Pasolini, pur giovanissimo, ha proposto già come grande poeta e profeta, nonostante le malevoli interpretazioni, anche "amiche", lo tacciassero per ciò quale reazionario. Ma lui riuscì in tal modo a decifrare il mondo con un intuito anticipato di trent'anni.
M. Ed è quindi per questo che è attuale oggi?
J. Sì, proprio così. Quindi utopista prroprio no. Lottatore, beh, sì, lottatore sempre. Perché? non so se vi è capitato di leggerle, ma alcune mie poesie sono state scritte per i gruppi di persone senza fissa dimora statunitensiche hanno polemizzato con un sindaco che ha istituzionalizzato un procedimento legale che prevede l'arresto di chi dorme in strada. un'ulteriore estensione del concetto per cui negli Stati Uniti essere poveri equivale ad essere criminali. Così, appena una settimana prima di questo viaggio in Italia ho partecipato a questa lotta. Come in ogni altra occasione, io sono sempre pronto ad oppormi a qualsiasi ingiustizia. In tal senso sono certamente un poeta lottatore.
M. Da anni viaggi instancabilmente per il mondo per recitare le tue poesie. Nel fare ciò prevale l'urgenza, il bisogno dell'appagamento personale del dire all'altro o una sorta di voglia di ricomporre la frattura, la scomposizione dell'aedo?  
J. Come ho avuto modo di dire nel raccontare il significato de "Gli Arcani" poesie lunghe e orchestrate, ho voluto presentare la sensibilità della gente con una impostazione strutturata e spirituale che forse prevede una forza interiore contro la frattura o Kairos in cui noi viviamo ora nel mondo occidentale. Altro aspetto per il lavoro del poeta, è quello di confrontarsi, se è fortunato, con la morte,  evocandola, non nel senso di resurrezione o incarnazione, bensì nella ricostruzione di quella forza interiore che è stata distrutta dalla seconda guerra mondiale e da tutte le altre guerre. In questo senso la mia poesia mi piecerebbe  potesse aiutare per il futuro le persone. Io non credo che la poesia non incida, non ci ho mai creduto. Non sono d'accordo con chi ha detto che "la poesia non fa niente". Io credo che la poesia serva alle persone che non hanno voce. In questo senso quindi non solo ai poveri.  Serve ad esempio agli operari in lotta per migliori condizioni di vita, serve per creare solidarietà. Per altro verso non credo possa essere terapeutica, ciò presupporrebbe persone malate. Io questo non lo penso, penso che tutte le persone siano poete.
M. Alcune letture della tua poesia riconducono ad una traccia cabalistica. Or ora hai parlato di spiritalità. Ci vuoi parlare di questo aspetto che sembra particolare per un poeta rivoluzionario?
J. Quando ero adolescente ero diventato involuto. Dopo la guerra con l'impegno politico sociale ho preso a scrivere poesia. Erano gli anni cantati dalla "bella bandiera" pasoliniana. Cominciando a scrivere ho naturalmente cercato di leggere tutti i poeti che ho potuto trovare. Un giorno ho trovato la Bibbia di Kabbalah, il nome Zohar, il "libro dello spendore". Scritto da Moise De Leon, che si è rivelato come un poeta, un giovane poeta molto interessante. In cui questi uomini, i rabbini, camminano sui sentieri parlando delle lettere, delle parole. Con concetti basati appunto sui discorsi, sulle lettere e su tante altre immagini straordinarie, abbaglianti. Così sono stato influenzato. Devo ricordare che io sono originario di una famiglia ebrea di New York, anche se non ero religioso ed ero contro il sionismo. Come direbbe Pasolini la mia era una famiglia piccolo borghese, ed ebbi modo di realizzare che la Kabbalah rappresentava per me, poeta, la sinistra del pensiero ebraico. Ed ha continuato a appresentarlo. In questi 45 anni ho imparato poco sulla Kabbalah anche se essa ha riguardato la mia poesia. Però se debbo dire, io che non sono utopista, ecco, forse i Kabalisti un poco utopisti lo sono. Io invece crescendo ho vissuto la mia vita sul filo di un forte senso dell'ingiustizia sociopoliticoculturale. E ho trovato la mia strada in sintonia con quella marxista. Ed anche leninista. Perché io credo che l'Unione Sovietica, la Rivoluzione russa abbia creato l'opportunità per donne e uomini di vivere con il senso delle possibilità. Come, ancora, nel Pasolini che mette la natura insieme alla "bella bandiera". Non si tratta solo di possedere materialmente delle cose, bensì di sentire una vera e propria monumentalità interiore. Cosa he io cerco, che cerco di recuperare in questo momento che credo sia il più potente nella vita dell'umanità. Anche se le gente, in particolare chi è nato dopo la caduta dell'Unione Sovietica, non ha memoria. Il più grande lavoro per l'arte, per me, è riferito a questo momento. Che pure è difficile a spiegarsi, è inesprimibile.  
M. Chi pensi oggi avrebbe la necessità di una "A" per sfuggire al proprio destino, donne, immigrati o chi altri? Oppure al contrario, non c'è da temere che rifiuterebbero la "A" pur di rincorrere il sogno di guadagno o di fulgido domani?
J. la "A" era propriamente un grado, il più alto. All'epoca dell'arruolamento coattivo per il Vietnam io ero professore e appresi che chi otteneva la "A" evitava la divisa. Così decisi che a tutti gli studenti, avrei assegnato la "A". Oggi è diverso. Ad esempio la guerra di oggi è fatta da volontari. Le guerre oggi sono diverse. La guerra in Vietnsm era guerra di ideologie. La guerra contro il terrorismo ha radici in entrambi i lati, nelle religioni e nel capitalismo. La cosa è più grave perché l'erosione delle aspettative di socialismo ne mondo ha permesso il riproporsi di elementi più arretrati. L'entrata in scena delle religioni richiede una ferma opposizione perché la difesa della laicità è una delle cose piùimportanti da salvaguardare.
M. Un tempo gli imprenditori scommettevano su progetti a medio/lungo termine. Due esempi. Ford, magari per interesse proprio, comunque voleva produrre in modo che tutti i suoi operai potessero comprarsi l'auto. Olivetti aveva cura dei suoi lavoratori con asili, colonie estive ecc. Oggi i manager vogliono sottrarre il malloppo alle classi sfruttate nel volgere dell'anno. Visto dalla parte della cultura umanistica, è semplice decadenza o uno dei tanti segnali d'attesa, anche interna ed inconscia, dell'apocalisse capitalistica?    
J. Questo è complicato. Provo a ragionare. I capitalisti non hanno interesse ad altro che fare profitti. Usano ogni strumento a tal fine. Un esempio: il computer. Anche se nel mondo tante persone usano il computer non è vero che ci fa più liberi. Certo se ne ha l'illusione, ma in effetti ha creato la prigione della comunicazione. Che è diventata banale, triviale e terrificante. Io, informandomi per scrivere un "arcano" su un pugile che è morto, ho trovato su un motore di ricerca tantissime pagine di boxe. Sono rimasto shoccato perché frammiste a queste ho trovato innumerevoli pagine di persone violate, donne. Mia moglie mi ha detto che a molti piace guardare tali violenze. E' una malattia, d'accordo, ma fa parte della prigioni della comunicazione. Per tornare alla domanda, l'introduzione di robot genera espulsione di operai. Esempio classico negli Stati Uniti, una fabbrica per produrre trattori girava con mille operai, con la robotizzazione ne bastano tre. Novecentonovantasette sono espulsi, inutili, sono finiti. E questo avviene ovunque nel mondo. Supponiamo ora che tutto nel mondo venga fatto dai robot. Per creare una casa prefabbricata bastano quarantacinque minuti. Tutta la catena alimentare è gestita da robot. E via esemplificando. Tutto ciò è forse tecnicamente possibile. Quindi quasi il raggiungimento ipotetico della felicità comunista. Cosa frena questo sogno? E' una vecchia storia. E' la proprietà privata, con spinta allo sfruttamento, alla competizione, ai profitti. Così noi, intendo io/noi che negli Stati Uniti  lavoriamo in un gruppo rivoluzionario, noi pensiamo sia necessario che le persone fuori dal sistema facciano la rivoluzione. Crediamo debbano farlo perché non hanno nulla da perdere tranne le catene. Queste sono le contraddizioni che ci fanno ritenere importante educare gli uomini  nel mondo su questa nuova classe di esclusi. Per esempio, a partire da Pasolini, si conoscono i temi della contaminazione tra classe operaia e borghesi. Ora, volendo usare una frasi di Giorgio Agamben, il computer ha reso, culturalmente parlando, tutto il mondo piccolo borghese. Ecco questa mi sembra una buona rappresentazione, il sogno tecnologico del mondo di diventare piccolo borghese. Però queste contraddizioni non ci devono far dimenticare che il fondo della nostra vita dopo la seconda guerra mondiale è la morte.In tanti diversi sensi. La morte diretta con la guerra, ma anche la morte più romanticizzata nel senso di Heiddeger, che pure ha influenzato il mio lavoro, perché per lui la risoluzione di tempo ed essere è diventata poesia. Per questo mi interessa molto la sua idea, anche se lui è stato un porco durante la guerra. Dopo non si può dire sia diventato marxista, ma un qualcosa di kabalista in lui si trova. Con Alicia la presenza contestuale al ritiro dell'esistenza ricorda il dualismo luce-scuro della Kabbala.
M. Lasciando stare i narcisi che si incipriano il sedere, quindi il volto, con scatolette di cultura autorizzata, a che livello pensi si ponga per le classi sfruttate la rivendicazione del bello, inteso come natura, arte, poesia?  
J. Quando sono stato espulso dall'Università, vivendo per strada, ho visto i veterani della guerra in Vietnam, ho frequentato persone senza fissa dimora e incontrato altre ingiustizie. Allora ho deciso di saltare all'identificazione con la classe operaia e con i poveri. In quel senso ho affermato che esistevo come poeta. Anche se dentro di me non mi penso come un poeta ma semplicemente come una persona che può fare una cosa che tutto il mondo può fare. In questo senso io ho messo il talento al servizio del futuro. Così come io non sono rivoluzionario solo pe vedere la gente disporre di beni in accordo con i propri bisogni. Bensì anche pe cambiare le condizioni storiche, così che le persone possano vedere che tutti sono poeti. Io lotto per la rivoluzione nel senso di servizio, perché la bellezza, la felicità non vengono semplicemente soddisfando i bisogni elementari. Come ho scritto in una mia poesia io voglio recuperare la condizione da seppelliti vivi e dimenticati, per tornare ad esistere.
Enrico Mario Lazzarin - Cosa c'è stato in America dopo la beat generation? Qui pare sia ancora viva, vitale.
J. Ma perché qui sembra viva? L'immagine dell'America per gli italiani è quella di un grande paese. L'America ha avuto questo grande movimento letterario che è originato da una tendenza seppellita in America. Da Walt Whitman, Jack London. Quella è la fonte di Kerouac, Ginsberg, Ferlinghetti, Corso. Ma dopo la secconda guerra mondiale è arrivata la morte.
Quest'anno ho vinto il premio "Alfonso Gatto". Per l'occasione ho tradotto un paio di poesie di Gatto. Un verso illuminante recita: "tutto di noi gran tempo è per la morte". Questa linea proviene dalla seconda guerra mondiale e la beat generation è l'espressione di difesa contro questa morte. Perché non va dimenticato che Henry  Miller, una sorta di padre della beat generation, anche se ad altro livello, ha descritto nel "Tropico del cancro" un luogo in cui tutte le persone sono morte. Ma se tutte le persone sono morte cosa resta da fare? Aprire la bocca e cantare! In quel senso la beat generation ha cantato contro i giorni grigi dell'America, culturalmente parlando, rispetto ad una poesia molto accademica. Poi è diventata una poesia commerciale e per tanti anni. Ma quale beat non è diventata comemrciale? E' complicato. Provo ancora a spiegarmi. Una delle cose fondamentali della beat è lo spinello. Non è una filosofia, anche se Kerouac era serio come buddista così come Gary Snaider. Ma allo stesso tempo tutto è riconducibile alla filosofia dello spinello. Altra cosa importante per la beat generation è il jazz. Ma sel la beat continua tristemente a dire, a parlare, è perché dopo la caduta dell'Unione Sovietica culturalmente nessun altro movimento ammette la voce di un poeta. La beat generation è legata all'oralità della poesia. Ciò è molto importante perché la poesia sulla carta è come lo spartito per la musica, ci vuole il suono, e la beat generation ha aperto la finestra in tal senso. Certo pima c'er stato Kenneth Patchen, un grande poeta americano legato alla classe operaia, lui ha letto jazz in poesia prima della beat generation e pochi altri. Poi diversi eventi, come il Vietnam, hanno intensificato la pratica della lettura. I miei amici della beat generation lo sono da lungo tempo, ma sono appunto amici. Soltanto Amiri Baraka ed io ci siamo identificati. Io bianco e lui nero. A noi non bastava scrivere poesia per il coro degli altri poeti. Noi siamo consapevoli che la vera avanguardia nel mondo sono i poveri. L'abilità di scrivere poesia sta nella capacità di servire questa avanguardia.   
E.M.L. Ci vuoi parlare di Gregory Corso che se non sbaglio hai conosciuto bene?   
J. Gregory per me è un amico. Ho scritto una poesia che è un ritratto di Gregory, che a lui stesso, penso, sarebbe piaciuto.
Dopo la sua morte ho letto tanti omaggi su di lui. Era molto difficile, terribile, con le donne specialmente. Ma allo stesso tempo, era un uomo schiavo, schiavo della droga, e per tanti anni. Io ho detestato quella sua schiavitù. Allo stesso tempo, (non consideratela una vanagloria: è poco più di una barzelletta!), Jack Michelin, Martin Matz, Gregory Corso, io ed un paio di altri, siamo i poeti della città di New York. Tutti gli altri sono extra........... extraurbani! Comunque, anche se era schiavo, io apprrezzavo Gregory perché sapeva con una grande sensibilità portare le sue notti, la sua droga, il suo alcool, le sue strade, - era un pazzo sulle strade! - nella poesia del mattino dopo. Gregory ha usato le immagini in modo molto inventivo, combinandole con i versi in maniera molto brillante. L'omaggio a Kerouak è forse una delle più belle cose che abbia scritto. 

Questa è la conversazione che Jack Hirshman ha voluto regalarci nel pomeriggio del 5 maggio 2007. La sera stessa, a Settimo Torinese, (cittadina vicina a Torino) in un teatro Garibaldi tutto esaurito, ha offerto ad un pubblico coinvolto e partecipe un reading intesno e combattivo, costruito su un intreccio avvincente accompagnato dalle note jazz del "The good life quartet".
La serata rientrava nelle iniziative della "Primavera dei Poeti" per l'organizzazione dell'entusiasta Laurent Leon dell'Associazione "Les Droles" di Giaveno e dell'infaticabile Enrico Mario Lazzarin per l'Associazione "Due Fiumi", con il contributo della "Casa della Poesia" di Baronissi e la partecipazione essenziale della Biblioteca Civica e Multimediale della città di Settimo Torinesre. Maestro di scena, insieme al direttore della biblioteca Riccardo Ferrari, l'impeccabile Sergio Notario.
                                                               Marino Tarizzo - Maggio 2007

L'intervista è stata pubblicata sulla rivista Corrente Alternata n. 59. N. 2 dell'anno 2007
  
Il Principe
per mio padre, Steve Hirscman

Passai il biglietto di buon compleanno (c'era dello spazio
tra il muro di pietra alla fine dei posti di gradinata
e gli steccati del fuorigioco proprio sopra l'esterno sinistro
nel vecchio Yankee Stadium)
a George Caster, lanciatore di riserva seduto in
panchina proprio sotto quell'undicenne che ero,
chiedendogli se potesse darlo a Hal Newhouser
quando il gioco finiva, se lo facesse, per favore.
Era il 29 maggio 1945.
I Tiger, per cui tifavo, erano primi e avrebbero vinto
la World Series.

Quando ho sentito che tu, mio lanciatore mancino preferito,
papà, non puoi più camminare, è troppo
il dolore.
46 anni dopo, utto torna, fino al
riso butterato sul viso di Caster
che prendeva la busta,
e il tio alto e l'apertura del mancino Principe Hall
che lanciava da lontano
una palla veloce e perfida dal dosso,
e il tuo grido sonoro
"Strike tre!"
sulle mie spalle.              da: Soglia Infinita (Multimedia Edizioni)

Traduzione Bruno Gulli


Volevo che voi lo sapeste
"non mi abbasserò tra professori e capitalisti"
Walt Whitman
Ero appoggiato al davanzale
di una finestra di una cartoleria
a Sacramento Road, aspettando
l'autobus n. 1 che mi avrebbe portato
dall'altra parte della collina, e leggevo
"Fra i neri ..."
dalla rivista OLSON
qundo un "Chestaileggendo uomo bianco?"
mi fece alzare gli occhi su
un tizio né nero, né bianco
il suo compagno (che continuava a salire
su per la collina), con una lattina
di birra in un sacchetto di carta -

(Filippino, pensai, a prima vista.)

"Una rivista di poesia," gli dissi immediatamente.
"Puoi leggermene una?" farfugliò
abbastanza sincero.
Ne recitai una delle mie, a memoria:
In coperina Stephen Hirschman
Conosco pance,
pance di bambini,
gonfie di niente,
incinte di fame.

Dentro,
bocche vuote
gridano: Perché?!
gridano: Quando?!

Basta con le bugie!
Basta con gli asini
che volano.
Organizzare

a partire dal basso
dai poveri
si può fare,
si deve fare,

si farà.
Ne hai avuto abbastanza?
Muovi il culo!
Facciamo la Rivoluzione.

Sgranò gli occhi, cominciava a snebbiarsi.
"Ehi, è buona," disse. "Sono
con te." Così gli diedi una copia del People's Tribune
mentre riprendeva a seguire il suo amico.

Continuai a leggere la poesia di Olson (lasciata fuori
dalle opere complete) che parlava di un nero
ammazzato da 25 bianchi per colpa della
sua voce,
quando il non-filippino, come in realtà
era venuto fuori, ma - mentre riscendeva -
hawaiano di nome Rick disse,
e aveva guardato il giornale
e gli poteva scrivere? ("Certo,"...)
e questo era il suo compagno, Jaun,
con una D gotica per Detroit
sul cappellino da baseball. ("E' la tua città?")
No, era di Santantonio.
Erano tornati giù solo per vedere, 
se avevo bisogno di qualcosa, era tutto okay, mi
servivano un po di soldi?? - No, stavo 
benissimo. Ci vediamo, fratello.
Stammi bene. 

Tornarono su lungo la collina scura
ultima di coperina
per andare a Chinatown Moon festival.
Spero gli sia andata bene.
Ebbi la sensazione
di aver fatto
un'esperienza poetica
autenticamente americana.

Volevo che voi
lo sapeste.

(1993)

da: Volevo che voi lo sapeste (Multimedia Edizioni)
traduzione - Raffaella Marzano

Quattro domande
a Jack Hirschman
Hei Jack che succede laggiù?
Che succede al bisonte perduto
che più non sa scartare di lato?
Dove razzola l'ultimo lek
il petto gonfio del gallo della salvia?
Sul sentiero di quale riserva
corre ora l'eco del canto dei nativi?
Dove sbuca l'ultimo tunnel
scavato per un altro giogo?
Ehi Jack
che succede laggiù?
Che succede nel cuore
del grande satana lacerato
dal botto di orripilanti demoni?
Che cosa accade davvero
dentro quelle tute arancioni
fuori dal braccio della legge?
Dove vengono riposti
i tetri sacchi in plastica
al rimpatrio delle mostrine?
Ehi Jack
che succede laggiù?
Solo rumori di armi
nelle scuole lungo i viali.
Solo onoranze ai ricchi
e calci in bocca a tanti ultimi.
Solo crude botte da negri
dalla polizia ai diversi neri.
Solo grappoli di bombe
esportate preventivamente
a chi non prega zio Sam.
Solo puzzo di petrolio
sotto i salmi della Bibbia.
Ehi Jack che succede laggiu?
Dov'è finito il sogno
dai colori arcobaleno?
Dove si è squagliato il cioccolato
regalato senza uranio?
Dove sono le parole
cantate sulla strada
di un vaggio senza frontiera?
Ehi Jack
che succede laggiù?
Jack, se lo sai, se tu lo sai,
raccontaci cosa accade.
Jack se puoi, se tu puoi
della libertà tradita
svelaaci il fulgido arcano.
Ehi Jack aspetta.
Ancora una domanda:
dimmi ora cosa succede quassù.
Ma stavolta fai come loro,
piuttosto menti senza scrupoli,
menti come un presidente,
ma non dirmi che quello
è anche il destino di domani
di questa provincia serva.

Marino Tarizzo


SERATA DI POESIA VAGABONDA CON DUE VAGABONDI ECCELLENTI.

Non poteva incominciare meglio la rassegna di "Poesia Vagabonda", organizzata come sempre e per l'ottava edizione, dall'Associazione Culturale Due Fiumi, (nella persona di Enrico Mario Lazzarin, organizzatore) in Settimo Torinese. A tenerla a battesimo sono stati due personaggi della cultura mondiale: Agneta Falk e Jack    
Hirshman, compagni di scrittura e compagni di vita.
Possiamo tranquillamente dire che con questa performance, tenutasi al teatro Petrarca nella serata del 21 settembre 2001, Poesia Vagabonda ha fatto un deciso salto di qualità. questo è motivo di orgoglio   e di piacere nello stesso tempo anche di timore e di ansia: la domanda che ci si pone dopo questa avventura è come si potrà rimanere, per future edizioni, sullo stesso livello?

Avventura, la serata è stata una vera avventura, un'avventura di testa e di cuore, un susseguirsi, quasi ininterrotto di emozioni che ti  fornivano, in contemporanea, momenti di intelligenza e momenti di passione e che ti stringevano in una morsa che ti impediva di uscire da quella atmosfera che si era creata tra palcoscenico fortemente illuminato e la platea totalmente buia.
Eppure era palpabile che luce ed oscurità si fondevano perfettamente e che non c'era alcun diaframma tra il qua-sopra e in là-sotto che le parole che di qua scendevano, là arrivavano perfettamente, senza aver perso neanche un frammento della loro, a seconda dei momenti, virulenza-potenza o delicatezza-tenerezza.
Sì perché entrambi, sia Agneta sia Jack, hanno una scala poetica vastissima che percorre tutto l'arco dell'umano sentire e che si traduce, dal punto di vista linguistico, in una gamma sconfinata, che permette di vivere e di far rivivere i momenti pregnanti del percorso di vita.

Jack Hirschman lo conoscevamo già molto bene. Agneta Falk, tranne per un fugace momento a Stupinigi in occasione di "Pulmann my Daisy", no, ed è stata una scoperta entusiasmante.
La sua poesia che si presenta, al contrario di Jack, all'apparenza, più sul modulo tenero-delicato (e la lettura che ne fa lei stessa assume questa tonalità, quasi una costante del "per sempre" o del "mai più".

Jack Hirschman, per quanto sia grande il palcoscenico, lo riempie in modo globale. La sua presenza fisica ti colpisce da subito e più quando incomincia a declamare con la voce possente le sue parole che sono enormi anche se accenna semplicemente ad "un bicchiere di plastica" (interludio umano). 
Questa è la sua rivoluzione nella scrittura, il riuscire a rendere enormemente visibili anche chi e le cose che normalmente nessuno neanche prende in considerazione e le fa diventare ridondanti, ma non nel senso di un barocco greve, ma di un barocco che ti affascina e ti riempie, mentre anche tu te le leggi, la bocca e il cuore. E continui a sentirle accumularsi nella stanza e colmare ogni angolo, fino allo spazio più impossibile, fino a che non rimane nemmeno più un frammento di spazio.

Due vagabondi eccellenti, che per sei mesi vivono a San francisco e gli altri sei mesi vanno in giro per il mondo (soprattutto Inghilterra ed Italia), eterni poeti "on the road", a portare la loro voce, a diffondere la cultura, questa sì tutta americana, del reading.
Sergio Notario
Articolo apparso sulla rivista "Terzo Millenio" - Ottobre 2001    

mercoledì 14 dicembre 2011

INTERVISTA DI FULVIO CASTELLANI A CARLA CIRILLO

Carla Cirillo "Tento di accettare il rischio della verità poetica che riesco a raggiungere".

Premessa: Carla Cirillo cronometra alla grande le sue domande, le sue incursioni alla quotidianità, il suo scavare costante nel proprio io per estrapolarne certezze, proiezioni di luce, iridiscenze scritturali, gioiose e sofferte matasse culturali dagli intrecci che si trasformano via via ma che hanno, sempre e comunque, un respiro unitario, personalizzante.Questo si riscontra sia nella poesia che nella narrativa: nell'un caso e nell'altro fuoriesce una pulizia espressiva di prim'ordine che fa il pari con il battito rapido e suadente dell'attesa, della coerenza e di un sentire vivace ogni pulsione del cuore raccolta a cavallo tra l'essere e l'alfabeto policromo della realtà. Basterebbe rileggere la motivazione con cui la giuria del Concorso Nazionale Letterario "Garcia Lorca" del 2009 che le ha assegnato il primo premio ex-aequo per il libro di poesia "Le nuvole non sono bianche" (Ed. Campanotto, 2009), per renderci conto della valenza della sua parola poetica: "Questa raccolta  si potrebbe fantasticamente definire una galleria d'arte, una mostra itinerante, un'antologia artistica, letteraria e di cultura generale". Come a dire che Carla Cirillo ha colpito nuovamente nel segno, come in precedenza aveva fatto con il libro di racconti "Le mitomani favolose" (Ed. Guida, 2006) e con la silloge poetica "Foco all'arma" (Ed. Campanotto, 2008).
Dal suo esordio ufficiale, avvenuto nel 2006, Carla Cirillo non ha fatto altro che allungare il passo, dando spessore e ulteriore consistenza al suo trasbordare immagini, pensieri, scoperte, miti, silenzi e, al tempo stesso impreziosendo la cifra scritturale con forza e grazia. Se è importante che nuove fasce di lettori (soprattutto giovani) si avvicinino alla poesia, è altrettanto importante che la poesia si renda fruibile, elegante ed esca dalla sua torre d'avorio.  Carla Cirillo ha inteso questo invito e lo sta facendo senza spazio e pause dispersive, e seguendo i movimenti di un'ispirazione che ci sembra di poter dire scintillante.
D. - Come si è avvicinata alla poesia e cosa chiede esattamente alla poesia, alla parola poetica? R. - "Devo confessarlo: ho letto molti libri". E' una frase di un racconto - La follia del giorno - di Maurice Blanchot che sintetizza esattamente il mio approdo alla poesia, avvenuto dopo lunghe letture appassionate di diversi poeti e "letture d'ogni genere, non solo di poesie", come suggerisce Eugenio Montale. Non chiedo niente alla poesia, intendo a quella che io tento di scrivere. Mi predispongo di essere fedele a ciò che provo e, come suggerisce Emily Dickinson in una sua poesia, a non lasciare che la mano "my baffled fingers," (le mie dita connfuse) esiti nel trascrivere precisamente il pensiero, nel senso che tento di accettare pienamente il rischio della verità poetica che riesco a raggiungere.
D. - Chi tra i poeti, che ha avuto modo di leggere e di studiare, l'ha coinvolta maggiormente ed a cui crede di dovere qualcosa?
R. - In realtà a quasi tutti quelli che ho letto. Nomino qui solo quelli che sono costantemente presenti nelle mie letture e riletture: Josef Brodskij, Eugenio Montale e Amelia Rosselli, Gabriele D'Annunzio, Salvatore Quasimodo, Rainer Maria Rilke, Paul Celan, Charles Baudelaire, Mario De Andrade, T.S. Eliot, Philip Larkin e i poeti surrealisti francesi.
D. - Fin dal suo primo libro "Le mitomani favolose", lei ha conosciuto un successo incondizionato al "Carver" al "Circe" al "città di Salò" ... Ma sono davvero importanti i riconoscimenti per entrare a far parte a pieno titolo del circuito letterario che conta? R. - Se elenca i premi dei miei libri può dedurre una certa coerenza, nel senso che io mi affido alla giuria che dichiara nella nominazione di un premio una predilizione stilistica e tematica dedicando a un autore un concorso. Quindi scelgo di partecipare ai concorsi intitolati a Carlo Cassola, a Raymond Carver, a Emily Dickinson, a Federico Garcia Lorca, poiché credo che i premi, certo quelli dove conta solo ciò che è scritto, sono necessari per confermare una "linea di condotta poetica" e la propria idea di poesia.
D. - L'aver vinto il premio al "Garcia Lorca di Torino" nel 2009 con la raccolta di poesie "Le nuvole non sono bianche" cosa ha significato per lei? Si è convinta di essere sulla strada giusta oppure tale risultato ha confermato quanto già gli addetti ai lavori avevano evidenziato nei loro interventi critici?
R. - l premio "Garcia Lorca" è stato per me una enorme gioia e un impegno. Quando si viene premiati in nome di uno scrittore così profondo, autore lirico e drammatico di favolosa intensità, si è come rinsaldati, confermati in un cammino difficoltoso, incerto, che non dà molte garanzie di continuità, intendo il percorso poetico personale.
D. - Chi, a tale riguardo, ha colto maggiormente nel segno, ovvero chi è entrato più a fondo nel suo io creativo?
R. - La motivazione del premio "Carlo Cassola" ha sottolineato una affinità tematica con Lorca e una originalità di certe mie immagini poetiche. Il premio Garcia Lorca mi ha gratificato soprattutto riconoscendo nel mio libro un canzoniere e sottolineando la mia grande attenzione ai dati della realtà. Un canzoniere è un'opera piuttosto inconsueta ai nostri giorni, ma non c'è stata in me nessuna intenzionalità ideativa e strutturale. Ho semplicemente assecondato ciò che provavo per un uomo, il signor C.L. e l'ho scritto.
D. - Cosa significano per lei l'amore, il dialogo con gli altri, la solidarietà, lo stare assieme, la capacità di ascoltarsi?
R. - Come ci ricordano tutti i grandi poeti - che, suggerisco, vanno letti e ascoltati nelle loro notazioni critiche - non abbiamo che pochi momenti di esistenza piena e pochi grandi temi da narrare: vita, amore, desiderio, idea della morte, gioia e sofferenza. Ciò che conta è il modo in cui li narriamo e li rinarriamo, l'angolo da cui osserviamo il mondo. Che può essere il più remoto, può essere il centro della scena, ma deve essere il nostro. Chi scrive versi - sta agli altri dire se è un poeta o un versificatore - chiede comunque accoglienza dal proprio luogo di elezione. Se scrive e ordina ciò che ha scritto su un foglio, è perché cerca qualcuno che lo legga e faccia un segno di assenso, magari anche di diniego, ma che comprenda, che abbia un moto di con-passione, non di compassione, intendo. Perché la poesia esprime il poeta e molti altri: "Che cos'è un poeta che tocca gli altri? E' un poeta che esprime anche gli altri", ricorda Amelia Rosselli. Solo che il poeta deve a sua volta essere "toccato".  Se è vero, come suggerisce Lorca che "Il poeta dice la verità" e "L'amore dorme nel petto del poeta" - titoli di due dei "Sonetti dell'amore oscuro" - qualcuno, qualcosa muove il poeta a parlare e risveglia il suo amore o la sua passione nel petto (desiderio amoroso o anche per un paesaggio, ad esempio). La poesia è, per me, anche interazione, per questo ciò che scrivo è caratterizzato da una forte interstualità.
D. - Per concludere, ha qualcosa di nuovo in cantiere o che si prefigge di realizzare magari rinnovando o modificando il suo confrontarsi con gli altri, con la realtà che la coinvolge, con quelle nuvole che "non sono bianche"?
R. - Ho alcuni progetti (il suo blog è www.carlacirillo.it - l'indirizzo email è iocarla@tiscali.it) ma anche alcune difficoltà pratiche a realizzarli. Se in effetti molte persone scrivono poesie, pochissime di loro comprano libri di poesia. Si va al cinema, al ristorante, ai concerti, ma non si compra un economico libro di poesia. Credo che le persone diventino sempre meno umili, nel senso che in realtà scrivono senza avere conoscenza del mezzo e della storia della poesia. Molti scrittori non sono lettori. C'è in tanti un'ansia di scrivere giustificata solo dall'espressione pedissequa dei sentimenti, ma, avverte Montale: "Il poeta non deve soltanto effondere il proprio sentimento, ma deve altresì lavorare una sua materia, verbale". In breve, si dovrebbe riconoscere che la poesia è anche un lavoro sul linguaggio e non un hobby. Che richiede dedizione e conoscenza. Perché se c'è la democrazia del mezzo artistico - penna e carta o computer - c'è gerarchia del risutato. Sembra una sottolineatura superflua, ma tutti credono di potere utilizzare il linguaggio al meglio, se non conoscono chi ha saputo veramente farlo. Mi piace ricordare un'espressione di Gianfranco Contini a proposito di Montale. Il critico dice del poeta che "fa tremare il linguaggio". Questo commento è potente, emozionante. Ci sono così livelli di apprezzamento diversi, ma credo che molti riconoscano la poesia, per la profondità e maestria, per una specie di senso innato a un ritmo ammaliante dell'esistenza. Si dovrebbe leggere e preservare la poesia soprattutto perché può far qualcosa di speciale per noi, come ha detto il poeta statunitense John Ashbery, ovvero "Esiste la possibilità che la poesia migliori la nostra vita". Questo non significa che la rende più felice o meno dura, ma che rivela in modo elettivo verità umane. In modo diverso, a ognuno di noi.
                                                                                             Fulvio Castellani
L'ntervista è stata pubblicata sulla rivista "Corrente Alternata" n. 67 anno 2011
per visitare il blog di Carla Cirillo: www.carlacirillo.it

CONCORSO NAZIONALE LETTERARIO GARCIA LORCA XX ED. 2009/2010

1° Premio Ex Aequo - Carla Cirillo
"Le nuvole non sono bianche" Campanotto editore

Jan Vermeer: "Griet, guarda le nuvole... di che colore sono?".
Griet: "Bianco... No, non bianco. Giallo, blu e grigio,
sono i colori della nuvole.".
Jan Vermeer: "Adesso capisci."

dal film "La ragazza con l'orecchino di perla"

Venni a sapere di me vedendoti.
seppi, guardandoti, finalmente chi ero.
sicura proprio della tua immagine
ritta al centro della stanza-voliera.
il mondo allora fu la tua trasparenza
disgelata sostanza.
in tasca i semi della materia profonda.
saremo sempre un poco fuori di noi
accanto, vicini, contigui. assiomatici.
la realtà potrà evaporare.
che evapori.
cercheremo o perderemo qualcosa, è lo stesso.
un numero. una sedia. le labbra.
l'apertura della gabbia.
guardale. toccale. falle esistere.

MOTIVAZIONE

Questa raccolta si potrebbe fantasticamente definire una galleria d’arte, una mostra itinerante, un’antologia artistica, letteraria e di cultura generale.
E’ un film, una strada, una situazione, una spiegazione scientifica e altre cose ancora tradotte in parole nuove, sempre in movimento, come la nuvole che passano e si trasformano. Sempre uguali e sempre diverse.
“Le nuvole non sono bianche” è il titolo della raccolta e anche quanto sostiene Jan Vermeer, pittore olandese, dialogando con la sua domestica Griet nel film “La ragazza con l’orecchino di perla”.
“sono gialle, blu, grigie”. Anche le poesie di Carla Cirillo non hanno un solo colore come le nuvole e come le nuvole si trasformano: sempre uguali, per la coerenza del discorso e sempre diverse per la scintilla ispiratrice che le animano.
Citando un verso dalle rime di Guittone D’Arezzo “Or parrà s’eo saverò cantare” pare che anche la poetessa ponga a sé stessa la medesima domanda.
Noi crediamo che questa raccolta, canzoniere di poesie, sia la risposta positiva a questa implicita domanda.

LA GIURIA - SILVANA COPPERI, ANGELA DONNA, LUIGI TRIBAUDINO